Michela Guarda

SEMINARIO “L’INFERMIERE COME AGENTE DI CAMBIAMENTO TRA ARTE, CULTURA E SCIENZA”

Michela Guarda

Michela Guarda

Sandra Ravazzolo

Sandra Ravazzolo

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Maurizio Parmeggiani

Vittorio Vettorino

Vittorio Vettorino

 

 

 

Si è tenuto il 27 giugno, presso l’Aula Magna della clinica San Marco di Latina, il seminario multidisciplinare sul processo di assistenza al paziente.  Quattro i  relatori: Michela Guarda, Vittorio Vettorini, Sandra Ravazzolo e Maurizio Parmeggiani.

I lavori sono iniziati con la proiezione del cortometraggio  “Due pennellate”,  ideato da Sara Ruzzier, infermiera dell’Ordine di Trieste e vincitrice del premio messo in palio dall’OPI e realizzato in collaborazione della Casa del Cinema di Trieste. Il cortometraggio descrive la realtà quotidiana  affrontata dagli infermieri, partendo dal principio fondamentale di prendersi cura del paziente, soggetto attivo, che non implica solo l’obbligo di assistenza nelle cure mediche, ma anche quello di accoglienza, di ascolto e affettività.

 

Michela Guarda,  Il ruolo dell’infermiere palliativista come esperto nel prendersi cura in modo globale della persona. Gli infermieri che operano nelle cure palliative devono rispondere alle esigenze di cura delle persone e delle loro famiglie, affette da patologie ad andamento cronico-evolutivo, per le quali non esistono terapie ai fini della guarigione. Le funzioni dell’infermiere palliativista si esprimono attraverso l’acquisizione di un’alta padronanza di cinque fondamentali ordini di competenze (Core curriculum dell’infermiere di cure palliative SICP 2012): Competenze etiche: finalizzate alla comprensione delle situazioni cliniche difficili e controverse dell’assistenza in cure palliative, con sensibilità e attenzione, tollerante e non giudicante. Competenze cliniche: per appropriati ed efficaci interventi di valutazione e trattamento dei sintomi della fase avanzata di malattia in ogni patologia evolutiva. Competenze comunicativo-relazionali: finalizzate ad un’assistenza rispettosa dell’unicità, della dignità e della volontà della persona assistita e della famiglia. Competenze psico-sociali: per un’assistenza attenta ed efficace alla globalità dei bisogni espressi. Competenze di lavoro in équipe: per un approccio integrato alla gestione dei problemi assistenziali.

Il rapporto che si instaura tra infermiere e paziente è sia di tipo clinico-assistenziale, basato sulla razionalità, professionalità e esperienza e in quella di tipo umano, in esso sono  racchiusi  sentimenti, emozioni e valori umani.

Il criterio su cui viene costruita la relazione con il paziente è  quello della centralità della persona. Il paziente non più oggetto ma soggetto di cure assistenziali, con una reciprocità di atteggiamento di apertura all’ ascolto, al  dialogo e attenzioni. La comunicazione con il soggetto  deve essere sempre chiara, semplice e comprensibile. Il rapporto che si istaura è basato sulla fiducia reciproca, sulla condivisione delle emozioni e sulla capacità di cogliere i sentimenti dell’altro. Il ruolo dell’infermiere palliativista è quello di raccoglie tutte le informazioni necessarie per adottare e applicare le terapie più opportune, controllando il pieno soddisfacimento dei bisogni del malato, coinvolgendo attivamente in questo processo i familiari. Tutto questo comporta una forte carica emotiva per gli operatori del settore   che devono  necessariamente saper bilanciare. Occorre avere la capacità di prendersi cura della propria persona. “…Se non stiamo bene noi operatori, non possiamo gestire le sofferenze altrui” – ha detto Michela Guarda – “Provare a gestire utilizzando le proprie emozioni è fondamentale nelle cure palliative”. La sindrome di burn out,  è la risposta emotiva ad uno stress cronico basato su tre principali sintomi: esaurimento emotivo (sensazione di tensione continua e inaridimento del rapporto con gli altri),  depersonalizzazione (attitudine al distacco e rifiuto verso gli utenti), mancata realizzazione emotiva (rabbia, frustrazione, mancanza di entusiasmo, desiderio di cambiare lavoro). L’esperienza dell’hospice S. Marco ha portato alla realizzazione di un progetto pilota terapeutico-formativo tra mindfulness e photolangace, autrice di questo progetto la  dott.ssa Rosa Bruni, specialista in psichiatria, psicoterapeuta e psicoanalista. L’equipe di cure palliative sottoposta a incontri  per valutare la quantità di stress percepito. La metodologia è basata sul principio del photolangace (nata a Lione, Francia per aiutare un gruppo di adolescenti ad esprimersi  attraverso l’uso di fotografie) e quello del mindfulness = consapevolezza (si intende un’attitudine che si coltiva attraverso una pratica di meditazione sviluppata a partire dai precetti del buddismo e volta a portare l’attenzione del soggetto in maniera non giudicante verso il momento presente). Michela Guarda che poi concluso il suo intervento: “Se da una parte dobbiamo gestire situazioni al limite, dall’altra abbiamo un ritorno di emozioni e di gratifiche…; …Le emozioni ci aiutano ad affrontare le situazioni di difficoltà”.

 

Vittorio Vettorino  infermiere palliativista che presta la propria attività presso il domicilio dei pazienti, ha dato la sua testimonianza sull’importanza dalla comunicazione con il malato terminale. Un cortometraggio, ha preceduto la  sua relazione, “Le nozze di Rowden, malato terminale”, un ragazzo di Manila, malato terminale che ha coronato il suo sogno d’amore sposandosi in ospedale.

Il nostro lavoro consiste nel curare gli inguaribili, è una professione multidisciplinare che si prende cura del malato nella sua totalità”. Attualmente presso l’Unità di Cure palliative della struttura San Marco, sono operativi 5 infermieri + 2 per le sostituzioni, che quotidianamente svolgono la loro professione  presso il domicilio dei pazienti,  coadiuvati da 2 medici palliativisti. L’area operativa è tutta la pianura di Cisterna di Latina, alcune assistenze arrivano nella provincia di Roma fino a San Felice Circeo, coperte dall’assistenza le zone montane  da Cori a Prossedi. Il  compito fondamentale dell’infermiere che presta assistenza domiciliare  è quello di capire lo stato del paziente, sentire le sue condizioni sanitarie. Usando le proprie mani, come strumento di contatto fisico con la persona. Lo sguardo, per recepire ogni singolo aspetto  emotivo o di disagio  o di angoscia da parte del malato stesso; e l’udito per ascoltare e saper poi affrontare le ansie, le paure e poter esaudire qualsiasi richiesta da parte del malato stesso e dei suoi familiari, in modo professionale. L’infermiere palliativista deve saper diffondere sicurezza, tranquillità e farsi accettare da parte del paziente sin dal primo incontro, sapendo riconoscere quali siano i suoi bisogni primari. Il rapporto che si istaura è di tipo confidenziale, avendo cura nel dettaglio, osservando ogni minima cosa o cambiamento, dimostrando attenzione in tutto. La relazione che si crea è paritaria e per essere tale occorre entrare in sintonia con l’altra persona, trovando  la giusta chiave di comunicazione. Porsi allo stesso livello del paziente, come il rapporto simbiotico che si istaura tra due innamorati, che assumono le stesse pose, gli stessi sguardi. L’obiettivo è quello di essere considerato un amico, un confidente,  uno di famiglia. Si è accennato alla metafora di Stephen Covery del Conto Corrente Emozionale.  Il rapporto tra due esseri paragonato ad un conto bancario dove oltre al denaro depositato, la banca dispone per noi un fido. Non dobbiamo solo prelevare, altrimenti il conto va in rosso e la banca non ci concede altra fiducia. Occorre anche versare sul conto corrente. Questo è il principio su cui si basa il rapporto tra due esseri, dare e avere. Momenti in cui uno dà affetto, attenzione, energia all’altra persona e momenti in cui li riceve. Le relazioni sane sono quelle in cui questa energia scorre continuamente in entrambi i sensi.  Essa altro non è che la quantità di fiducia che si è venuta a creare in una relazione. Per ottenere la fiducia del malato occorre mantenere tutto ciò che viene a lui promesso. Un elemento fondamentale – ha precisato Vittorio Vettorino – è sorridere. Non sorrisi falsi o stereotipati, ma semplici. Noi operatori dobbiamo essere i primi ad essere contenti di stare con loro. Strappare un sorriso ad un paziente è sempre un gran risultato.

 

Sandra Ravazzolo  docente di Scienze Infermieristiche,  ha esposto la sua relazione sulla comunicazione come strumento essenziale per istaurare un buon collegamento tra due persone. Gli elementi funzionali che costituiscono il processo di comunicazione sono: l’emittente (colui che sta comunicando), il ricevente (colui che accoglie il nostro messaggio); il canale (il mezzo attraverso il quale stiamo comunicando, fondamentalmente con la parola, modulando il timbro di voce, utilizzando anche il linguaggio del nostro corpo, la gestualità, l’espressione del nostro viso, la postura del nostro corpo, lo sguardo); il messaggio (ciò che stiamo dicendo, tenere sempre presente chi lo sta ricevendo e come esso viene elaborato); il feedback (positivo e negativo). L’aspetto fondamentale della comunicazione è quello di creare un rapporto con il nostro interlocutore, ponendosi al suo stesso livello, cercando di prendere confidenzialità. A volte la difficoltà di linguaggio impedisce una buona comunicazione.  Per aprire una buona comunicazione occorre stabilire un situazione di empatia, quello spazio attraverso il quale è possibile raggiungere l’obiettivo della comprensione dell’altro. Il rapporto di empatia si crea e si chiude con il paziente, al momento che terminiamo il nostro colloquio. Importante è la qualità della relazione e della comunicazione che si instaura tra il professionista e la persona assistita.

L’infermiere, non si limita solo ad eseguire interventi tecnici, prendendosi cura del malato, ma  svolge una funzione terapeutica e supportiva attraverso il dialogo, con lo scopo di stabilire una ripresa efficace e personalizzata volta al soddisfacimento dei bisogni, al recupero dell’autonomia e all’adattamento allo stress che ogni malattia o forma di disagio porta con sé.

 

Maurizio Parmeggiani   Presidente AIDIPH, Associazione Italiana Diffusione  Insegnamento Pranic Healing, ha parlato dell’assistenza olistica al paziente.

Il Pranic Healing è una disciplina bio-naturale elaborata  lo scorso secolo da Master Choa Kok Sui, un uomo d’affari e ingegnere filippino  di origine cinese. La disciplina comprende tecniche di meditazione e di imposizioni delle mani che possono essere praticate da soli o essere praticate da un operatore, basate sul concetto di prana (energia vitale: sole, aria, terra).  Il  Pranic Healing è la guarigione e autoguarigione attraverso l’uso di questa energia, presente ovunque, che ognuno di noi possiede. I due presupposti su cui si fonda il Pranic Healing sono il corpo fisico e il corpo energetico, quest’ultimo trasmette le sensazioni (ad esempio quando una persona ci risulta poco gradevole a prima vista) queste sensazioni vengono recepite dal nostro corpo energetico. I disturbi fisici, emozionali o mentali si manifestano come alterazioni del corpo energetico.  Questa tecnica naturale, che non pretende di sostituirsi alla medicina e alle terapie mediche,  è in grado di correggere questi squilibri per mezzo di una  diagnosi energetica, rimuovendo le energie congestionate, e proiettando energia vitale. Il Pranic Healing insegna inoltre come incrementare il potere di guarigione del terapeuta, proteggersi dalla contaminazione eterica, rafforzare la salute fisica, emozionale, mentale ed aumentare il proprio potere personale e la propria vitalità, prevenire le malattie, materializzare i propri obiettivi , sviluppare una migliore sensibilità, compassione e pace interiore, accelerare la propria crescita spirituale in modo sicuro. Questa disciplina applicata ai malati terminali, interviene alleviando il loro dolore, non eliminando la malattia stessa. Il danno fisico rimane ma scompare il dolore, poiché interviene sul piano energetico del paziente. Una persona smette di vivere quando il suo corpo energetico smette di funzionare.

 

 

 

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